Monday 13 september 2010 1 13 /09 /Set /2010 10:16

Perché in chiesa di giovani se ne vedono sempre meno? Perché durante il periodo estivo famiglie evangeliche affidano, per impegni di lavoro, i propri figli a gruppi di animatori delle comunità cattoliche? Ciò avviene solo per mancanze di strutture o di  risorse? Qual’ è oggi l'atteggiamento dei credenti nei confronti di questa difficile relazione dei giovani con la fede? Quale priorità riveste questa spinosa situazione nelle strategie pastorali odierne? Ma è presente questa priorità nel dibattito di un’assemblea della Chiesa locale, negli incontri ecumenici, nei seminari o negli articoli pubblicati ad oggi in questo blog?

Queste domande scaturiscono da una mia personale esperienza. La comunità battista che frequento è composta da membri la cui età media varia dai 40 ai 70 anni e oltre, con la presenza di 2 o 3 giovani. Ma c’è di più: mia figlia che ha l’età di 15 anni,  insieme  ai suoi compagni di scuola, ha fatto l’esperienza del volontariato in una parrocchia e, attraverso l’animazione, ha curato dei ragazzi che provenivano dalla comunità battista locale. E questo non mi ha lasciato indifferente e mi porta a fare alcune considerazioni.

Le nostre chiese hanno bisogno dei giovani: senza giovani cristianamente convinti non sarà più possibile far udire la voce dei credenti nei luoghi dove si decide del bene comune. Le chiese cristiane subiscono l'influenza della malsana logica che struttura i rapporti intergenerazionali nella società civile, una logica scandita da un continuo parlare dei giovani e dei loro problemi, cui corrisponde un altrettanto costante accumulo di privilegi nelle mani degli adulti, persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro posti di potere, economico o religioso, incapaci ormai non solo di prendersi cura del mondo giovanile ma più semplicemente di guardarlo in faccia. Oggi si assiste al fenomeno di una progressiva "interruzione" del dialogo intergenerazionale: gli adulti stanno costruendo una società che ruba avidamente spazi e tempi ai giovani e non riesce più a prestare sufficiente attenzione né alla loro reale condizione né alla possibilità del loro futuro sviluppo. Oggi vi è necessità di mettere in discussione un intero modello culturale, politico, economico, sociale, compreso quello evangelico, che assicuri ai giovani un futuro sottratto alle avidità, alle smanie e agli egoismi degli adulti.

Tra le cause della disaffezione giovanile vedo in primis quella dove le chiese, salvo  eccezioni, non appaiano in grado di "differenziare" la propria offerta formativa ed educativa L'impressione è quella che la chiesa sia fondamentalmente un luogo "specializzato" per il mondo dell'infanzia: 3, 4 e a volte anche 5 monitrici per i più piccoli, mentre per i giovani che partono dall’età dei 15 anni, la faccenda si fa più complicata in quanto non vi è più la stessa attenzione formativa, finché disertano la chiesa.

I pastori e i giovani - Inoltre, il calo ormai irreversibile delle vocazioni induce un onere eccessivo per i pastori in termini di tempi stretti: il pastore  non ha letteralmente le forze né il tempo da dedicare a loro, non tanto perché assorbito dai molti oneri pastorali e burocratici, ma perché impegnato, a mediare le varie posizioni o malumori. Ci si trasforma sempre più in "pastore di corsa", il cui lavoro pastorale è limitato al gestire la routine per "sopravvivere" allo stress e alle fatica.

Penso che ci vorrebbe una pastorale giovanile diversa. La lontananza dei giovani dalla chiesa è dovuta al fatto che le chiese (e non solo battiste) sono essenzialmente luoghi di "esercizio della fede": luoghi che presuppongono in coloro che li frequentano una fede nel vangelo già presente e una qualche dimestichezza con la prassi della preghiera. Se oggi entrasse in una delle nostre chiese una persona qualsiasi che non sapesse che cos'è la fede, non troverebbe alcuno spazio dove elaborare e auspicalmente superare tale ignoranza. La chiesa cattolica è senza dubbio agevolata per la presenza delle Pro-Loco, Fondazioni Giovanili, Associazioni sportive e tanto, tanto denaro proveniente da opere di volontariato o sagre parrocchiali. Allora anche noi dobbiamo reinventare qualcosa per i giovani.

Una fede più giovane. La fede deve riscoprire la sua "giovinezza", anche perché il cristianesimo non è sempre esistito, ma è nato in un momento preciso della storia del mondo e ne sta condividendo un tratto che, sull'asse dell'evoluzione complessiva della specie umana, appare relativamente breve. Quindi, quella cristiana, anche storicamente, è un'esperienza "giovane", in quanto non si è mai arroccata nella difesa di un'immutabile declinazione delle forme della sua presenza storica, ma ha sempre mantenuto uno spirito giovane che l'ha guidata ad un continuo "stare al ritmo" dei cambiamenti epocali della sensibilità diffusa. Nella comunità cristiana occorre favorire una sorta di nuova "geografia della salvezza", cioè l'interrogarsi sulla questione del dove e come ci si presenta ai giovani, con quali energie e con quali facce, con quali sinergie e con quali e quanti progetti. Occorre dare maggiore spazio a quella fedeltà creativa, che i giovani invitano a non trascurare. Essi non amano i compromessi e le ambiguità, non fanno sconti, neppure a loro stessi: per questo sono soggetti ad acute depressioni. I giovani hanno tanta voglia del “fare qualcosa”. Sul versante della fede creativa, la comunità dovrebbe spendersi di più per accogliere quella "scioltezza" ed "elasticità", sconosciuta alle epoche passate, che si esprime soprattutto nel governare con maestria i mezzi di comunicazione, la musica, la fotografia, la danza, il canto, il web e il mondo dei blog, luoghi dove maggiormente abitano i giovani. Un pastore battista, a cui sono legato da una grande amicizia, riusciva a intercettare gli interessi dei giovani, semplicemente organizzando rappresentazioni teatrali, incontri di calcio, rassegna di cori polifonici, stravolgendo il canone tradizionale del coro della chiesa, introducendo il genere “gospel” e tanto altro. Purtroppo, era visto troppo “rivoluzionario” da alcune famiglie “storiche” e, quando si è fatto da parte, tutto è ritornato al proprio posto: non proprio tutto perché i giovani si sono dileguati.

Tutto questo interpella la comunità dei credenti che intende muoversi nella direzione dei giovani. Al momento abbiamo a disposizione un'immagine di vita cristiana poco differenziata, fatta di tappe e di scansioni precise, di una visione di chiesa che, approntata all'immatricolazione, resta a disposizione come una "stazione di servizio" dove procedere ogni tanto al "tagliando dell'anima". Per intercettare maggiormente il mondo giovanile, la comunità cristiana deve dotarsi di una nuova "configurazione". Occorre mettere in mano ai giovani quei codici-sorgente e quelle note attraverso i quali la loro creatività possa trovare canali di espressione originale e, perché no, di inedite forme di testimonianza in questo nuovo secolo. La chiesa è chiamata a raccogliere quel grido che i giovani lanciano al mondo degli adulti perché possa sentirlo meglio: si tratta di un grido che chiede speranza per il futuro, per il loro e per il nostro. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede rappresenta una sorta di "ultima" battaglia: se non viene vinta, a perdere non saranno solo i giovani.

Allora preparatevi a questa ultima battaglia, iniziando a nominare un Presidente che sappia ascoltare tutti, ma in modo particolare i giovani.

Di Io ho a cuore l'Unione
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Saturday 11 september 2010 6 11 /09 /Set /2010 10:22

Introduzione

Potrà suonare eccessivo alle nostre orecchie, ma ci troviamo a vivere la nostra fede, come battisti, in un momento storico favorevole.  Le ragioni sono le seguenti: 1. c’è più pluralismo nella cultura italiana; 2. c’è una sincera ricerca di spiritualità tra molti italiani; 3. c’è un diffuso individualismo espressivo. 

 

Trasform-azione delle nostre chiese

Viene naturale la domanda: ma come mai, se il momento storico è favorevole, molte nostre chiese non crescono?   Credo che una ragione sia dovuta al fatto che l’Unione non abbia posto la crescita come una priorità.  Nel nostro Patto Costitutivo [art.2, c)], tra i fini dell’Unione, si legge:

 

c) promuovere, coordinare e potenziare la missione che le Chiese svolgono in Italia e all’estero mediante l’evangelizzazione, la testimonianza (singola e collettiva) e la fondazione di nuove Chiese;

Le chiese membro dell’Unione sono circa 90.  Più dei due terzi di queste chiese non superano i 50 membri.    Ci troviamo a vivere in una condizione alquanto paradossale: una Unione troppo grande per chiese troppo piccole.

Ovviamente la crescita di una chiesa è missione essenziale della chiesa stessa, ma l’Unione può intervenire fornendo materiale, organizzando seminari, sostenendo anche economicamente programmi specifici di evangelizzazione.  Ritengo che il ruolo e i compiti dei nostri dipartimenti di Evangelizzazione e di Teologia siano essenziali per realizzare tutto ciò.

 

Mi impegno come presidente, in piena collaborazione con ogni membro del Comitato Esecutivo e con gli altri organi e organismi dell’Unione,  a promuovere, coordinare e potenziare la missione di ogni singola chiesa, affinché sia possibile una trasformazione delle nostre chiese attraverso il potere generativo dell’evangelo.

 

Fond-azione di nuove chiese

La crescita non è solo interna, ma anche esterna.  La chiesa cresce anche perché ha un progetto verso l’esterno di fondazione di nuove chiese.  

Ogni chiesa diventa una piccola missione sul proprio territorio.  E anche in questo caso l’Unione saprà fornire tutto il sostegno e l’aiuto necessari per una tale iniziativa (materiale, corsi di formazione, sostegno economico).

Nel capitolo della fondazione è inclusa anche l’accoglienza delle chiese di fratelli e sorelle che vengono da altri paesi.  Un’accoglienza che dovrà caratterizzarsi come reciprocità.  Queste chiese dovranno imparare ad accogliere quello specifico battista che noi italiani incarniamo a livello mondiale.  Il ruolo del nostro Dipartimento Chiese Internazionali è, anche in questo caso come nel caso degli altri dipartimenti, essenziale!

 

Mi impegno come presidente, in piena collaborazione con ogni membro del Comitato Esecutivo e con gli altri organi e organismi dell’Unione,  a mettere in atto ogni iniziativa finalizzata alla fondazione di nuove chiese.

Form-azione dei ministeri

La crescita e la formazione di nuove chiese richiedono un processo molto delicato di riqualificazione dei nostri ministeri.  Per ministeri non intendo soltanto il pastorato, ma anche tutte quelle vocazioni non-pastorali e locali che sono fondamentali per la crescita e la formazione di nuove chiese.

Per quanto riguarda le pastore e i pastori, bisogna pensare ad un modello meno rigido, più aperto a svariate possibilità interpretative legate ai bisogni locali e territoriali.

Bisogna investire in nuovi ministeri quali, ad esempio, l’evangelista e il dottore.

Bisogna valorizzare, sostenere, formare tutti quei ministeri locali che formano l’ossatura principale di una chiesa.  Sono questi manovali dei giorni feriali che sostengono e aiutano una chiesa a crescere, e sono spesso proprio questi operai a scoraggiarsi.

Questo richiede non solo un rafforzamento dei nostri tre dipartimenti, ma anche la disponibilità di un centro che, compatibilmente con le nostre forze economiche, possa essere una piccola università dei laici.  Ritengo che sia necessario anche utilizzare più efficacemente la collaborazione con le altre realtà evangeliche, per usufruire della loro esperienza e dei loro mezzi formativi.

 

Mi impegno come presidente, in piena collaborazione con ogni membro del Comitato Esecutivo e con gli altri organi e organismi dell’Unione, a ridistribuire le nostre risorse nell’ottica della riqualificazione dei ministeri.

 

Trasfigur-azione del mondo

A volte si può credere che la crescita della chiesa e l’impegno sociale siano l’uno contrapposto all’altro.  Non solo non credo che questi due ambiti siano contrapposti, ma sono fermamente convinto che crescita e impegno sociale siano due facce della stessa medaglia. 

Una chiesa non cresce per specchiarsi ed ammirare la sua bellezza, ma per agire incisivamente nel mondo in vista della sua trasformazione.  Lo dice lo stesso apostolo Paolo che il mondo geme in attesa della manifestazione dei figli di Dio.  E noi possiamo senz’altro aggiungere che la chiesa cresce solo per servire in modo più incisivo all’azione di Dio di trasfigurare il mondo secondo la sua giustizia e il suo amore.

La chiesa è serva del Regno di Dio!  Ed esercita questo servizio interpretando i bisogni locali che incontra quotidianamente nella sua missione.  Credo che la trasfigurazione del mondo sarà più efficace se si saprà coniugare l’intervento locale, con la visione globale dell’Unione, con la collaborazione con realtà e movimenti che si incontreranno per strada.

 

Mi impegno come presidente, in piena collaborazione con ogni membro del Comitato Esecutivo e con gli altri organi e organismi dell’Unione, a rendere sempre più l’Unione delle nostre chiese uno strumento di trasformazione del mondo in attesa del Regno di Dio.

 

Conclusione

Un impegno è perseguibile solo se condiviso, sostenuto, implementato dall’ impegno di coloro che, condividendo questa sguardo sul nostro prossimo futuro, vorranno pregare, investire del tempo, sacrificare delle risorse al suo servizio.  Mi affido alla saggezza della vostra decisione e alla volontà di Dio, mettendo a disposizione il mio tempo, le mie energie, la mia fede, le mie emozioni e le mie relazioni.  Che il Signore ci benedica e ci guardi.

Di Io ho a cuore l'Unione
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Saturday 11 september 2010 6 11 /09 /Set /2010 09:15

Care sorelle e cari fratelli,

 

in vista della nostra prossima Assemblea Generale e in vista delle Vostre assemblee locali, desidero comunicarVi la mia decisione di candidarmi come presidente dell’Unione.

 

Una decisione matura in quel crocevia dove si incontrano la vocazione che Dio ci rivolge, l’altrui riconoscimento, il proprio personale percorso.   Ora la mia decisione deve passare per il vaglio della Vostra decisione, alla quale mi affido con serenità.    

 

Che cosa desidero fare come presidente?  Consegno la risposta all’impegno personale che segue a questa lettera (e mi riservo, eventualmente, di farVi giungere un programma più dettagliato prima dell’Assemblea Generale).  Ciò nonostante desidero fare già ora accenno alle quattro priorità della mia presidenza:

 

Trasform-azione delle nostre chiese

Fond-azione di nuove chiese

Form-azione dei ministeri

Trasfigur-azione del mondo

 

Sono a vostra completa disposizione per contributi, domande, critiche.  Mi potete trovare a raffaele.volpe@ucebi.it; oppure su facebook: http://www.facebook.com/volpe.raffaele61 ; o al cellulare: 3463659062. 

 

Che il Signore, al quale abbiamo affidato la nostra vita, illumini la nostra via,

 

in Cristo

Raffaele Volpe

Di Io ho a cuore l'Unione - Pubblicato in : Pensare insieme agli altri
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Tuesday 8 june 2010 2 08 /06 /Giu /2010 10:05

Unione o Federazione? (di raffaele volpe)

 

Si avvicina la nostra 41esima assemblea generale.   Questo blog è nato per pensare...  Pensare anche in vista di un momento sacro delle nostre chiese battiste: l'assemblea generale.  Il luogo generativo delle idee!!!  Lì dove si guarda indietro per guardare avanti.

Proverò a lanciare delle provocazioni.  Cioè, delle prechiamate.  Come quando bisogna partire e ci viene dato l'annuncio che il treno o l'aereo fra un pò partirà.  Una provocazione non è una chiamata, si è ancora in tempo di prendere il treno.  Ma annuncia che il treno si può anche perdere.

La prima provocazione è nel titolo di questo mio intervento: unione o federazione?  In altre parole: cosa siamo e cosa vogliamo essere?

Siamo effettivamente una unione?  Il termine porta con sè grandi prerogative.  La radice è UNO.  Uno non è la somma di molti.  Uno è una fede: la fede che vi siano una serie di valori che trascendano le singole chiese (i soggetti) e che questi valori abbiano un valore maggiore dei singoli soggetti.  Che vengano prima.  Che abbiano la precedenza.  E' così tra noi in questo momento? Ed è questo quel che vogliamo diventare? (Ovviamente il valore maggiore in questo caso è proprio l'unione)

Oppure preferiamo essere una federezione?  Il termine  è bello (e anche di moda).  Viene dal latino foedus, che significa alleanza, patto.  In questo caso i valori non vengono prima, ma sono costruiti dopo l'incontro.  Le chiese, soggetti centrali, si siedono a tavola e scrivono insieme un patto, stabiliscono dei valori che vorranno perseguire per il prossimo futuro.

Nel caso dell'unione è necessaria una certa somiglianza tra le chiese.  Nel caso della federazione c'è bisogno di moltra diversità condivisa.  L'unione è concepita più come un dono che ci viene dato.  La federazione come una costruzione in vista di uno scopo.

Che ne pensate?

Di Io ho a cuore l'Unione
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Friday 28 may 2010 5 28 /05 /Mag /2010 11:09

E' un semplice lavoro di restyling.  Non vi spaventate!  Ho davanti a me l'inizio della Confessione Battista del 1644, conosciuta anche come London Confession, e sono ammaliato dal primo versetto citato:

Atti 4:20, Noi non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite.

Chiacchierando con un mio amico, storico dei battisti, mi diceva candidamente che dalla crisi si esce semplicemente facendo il proprio mestiere di cristiano: annunciando l'evangelo.  Un predicatore puritano, rispondendo alla domanda su cos'è la santificazione, rispondeva: "Odiare il peccato e amare la giustizia".

Ecco qui elementi semplici per impastare il prossimo futuro delle nostre chiese: dal non poter non, all'odio per il peccato (non si può mica giocare a scacchi con il peccato?), all'amore per la giustizia (e quante giustizie dovremmo sostenere in questa Italia desvastata?).

Che ne pensate?

Di Io ho a cuore l'Unione
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Friday 2 april 2010 5 02 /04 /Apr /2010 19:09

La Pasqua da sola non basta se non diventa la tua e la mia pasqua.  Auguri

Raffaele Volpe

Di Io ho a cuore l'Unione
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Friday 19 march 2010 5 19 /03 /Mar /2010 15:39
Io non posso non avere a cuore l'Unione.  E' in una chiesa dell'Unione che ho conosciuto il Signore.  E' attraverso il sostegno dell'Unione che ho potuto studiare teologia per fare il pastore.  E' grazie alle chiese dell'Unione che io ho potuto svolgere per già 25 anni il mio ministero pastorale.
Sono veramente grato all'Unione, o meglio, al Signore che ha voluto donarci questo spazio di fede condivisa, di sfide; spazio in cui ho potuto piangere e ho potuto ridere.  In cui ho conosciuto uomini e donne nella fede che mi hanno insegnato, attraverso la loro testiomonianza, a crescere e a guardare avanti, verso il Regno di Dio.
Io non posso non avere a cuore l'Unione, con i suoi limiti e i suoi errori, i suoi difetti e le sue infedeltà.  Non posso perché sarebbe rifiutare un dono che Dio mi ha fatto.  Un dono che mi ha dato.  Il dono di essere chiese insieme, in un progetto che ci accomuna, in cui riconosciamo che la nostra testimonianza ha bisogno di essere sostenuta dalla testimonianza degli altri.
Ringrazio il Signore che mi ha dato l'Unione!
Di Io ho a cuore l'Unione
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Friday 19 march 2010 5 19 /03 /Mar /2010 09:26

Qualcuno ha battezzato questo “blog” come “IO HO A CUORE L’UNIONE” ... Sarà molto scandaloso dire che “invece io no”?  Il grosso, grosso problema è che moltissimi singoli membri di chiesa si sentono nei confronti dell’Unione così come il singolo cittadino si sente nei confronti dello Stato. Ma è solo questione di “sentirsi” o di “essere”? Cos’è il cittadino per lo Stato? Un soggetto senza volto e senz’anima: un contribuente che paga le tasse, un utente dei tanti suoi “servizi”, uno i cui doveri vengono giustamente imposti e regolati dallo Stato e i cui diritti... anche. Tutti siamo uguali per le leggi dello Stato il quale, infatti... non guarda in faccia nessuno.  Il grosso, grosso problema è che, parimente, l’Unione non ha a cuore me, ma non fraintendete questo “me” come la sola egoista mia persona singolare: ci sono molti “me” che sentono di non essere a cuore dell’Unione. Eppure ognuno di questi “me” è membro di qualche chiesa dell’Unione. Accade invece spesso che, magari mentre è in una situazione di conflitto all’interno della propria chiesa che il proprio pastore non è stato in grado di gestire, nella solitudine e talvolta nell’isolamento uno o più di questi “me” pensano che forse è arrivato il momento di chiedere l’intervento dell’Unione; e aspettano fiduciosi. Nel frattempo si renderanno conto che il proprio pastore, non riuscendo a fare altro, cerca quantomeno di arginare la situazione proteggendo o tutelando l’immagine della chiesa... E cominciano a chiedersi “Ma la chiesa allora è considerata soltanto come un’Istituzione della quale si sente il bisogno di proteggere l’immagine?”, “Non era che la chiesa siamo noi?, ognuno di noi?” E mentre continuano ad aspettare, il conflitto diventa silenziosa ma inesorabilmente spaccatura. E col tempo si rendono conto che possono succedere due cose: a. Il tempo, appunto, passa, ma l’Unione non interviene; b. Di tempo ne è passato tanto, ma l’Unione interviene e... decide di proteggere e tutelare l’immagine della chiesa! “Le chiese non si devono spaccare” sembra essere l’unico motto, che non guarda in faccia nessuno. Cosí: i singoli individui “protagonisti” di questa tristissima e vergognosa storia a. Non hanno ricevuto alcun tipo di Cura pastorale, b. Non sono stati tutelati.

“IO DOVREI AVERE A CUORE L’UNIONE” e L’UNIONE DOVREBBE AVERE A CUORE ME.
Invece...
“L’UNIONE HA A CUORE LE CHIESE” ma soltanto istituzionalmente, come tempi di armonioso perbenismo, e non ‘come la riunione in nome di Cristo dei tempi umani dello Spirito’. Cioè
L’UNIONE NON HA A CUORE ME.
Quindi:
IO NON POSSO AVERE A CUORE L’UNIONE.

Di Io ho a cuore l'Unione
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Tuesday 16 march 2010 2 16 /03 /Mar /2010 12:35

Esodo 35:4 Poi Mosè parlò a tutta la comunità dei figli d'Israele, e disse: «Questo è ciò che il SIGNORE ha ordinato:  5 Prelevate da quello che avete un'offerta al SIGNORE; chiunque è di cuore volenteroso farà un'offerta al SIGNORE: oro, argento, rame;  6 stoffe di color violaceo, porporino, scarlatto, lino fino, pelo di capra,  7 pelli di montone tinte in rosso, pelli di delfino, legno di acacia,  8 olio per il candelabro, aromi per l'olio dell'unzione e per l'incenso aromatico,  9 pietre di ònice, pietre da incastonare per l'efod e per il pettorale.  10 Chiunque è abile in mezzo a voi venga ed esegua tutto quello che il SIGNORE ha ordinato:  11 il tabernacolo, la sua tenda e la sua copertura, i suoi fermagli, le sue assi, le sue traverse, le sue colonne e le sue basi,  12 l'arca, le sue stanghe, il propiziatorio e il velo da stendere davanti all'arca,  13 la tavola e le sue stanghe, tutti i suoi utensili e il pane della presentazione;  14 il candelabro per la luce e i suoi utensili, le sue lampade e l'olio per il candelabro;  15 l'altare dei profumi e le sue stanghe, l'olio dell'unzione e l'incenso aromatico, la portiera dell'ingresso per l'entrata del tabernacolo,  16 l'altare degli olocausti con la sua gratella di rame, le sue stanghe e tutti i suoi utensili, la conca e la sua base,  17 le cortine del cortile, le sue colonne, le loro basi e la portiera all'ingresso del cortile;  18 i pioli del tabernacolo, i pioli del cortile e le loro funi;  19 i paramenti delle cerimonie per fare il servizio nel luogo santo, i paramenti sacri per il sacerdote Aaronne, e i paramenti dei suoi figli per esercitare il sacerdozio». Esodo 35:  29 Tutti i figli d'Israele, uomini e donne, il cui cuore mosse a portare volenterosamente il necessario per tutta l'opera che il SIGNORE aveva ordinata per mezzo di Mosè, portarono al SIGNORE delle offerte volontarie.

Esodo 36: 2 Mosè chiamò dunque Besaleel e Ooliab e tutti gli uomini abili nei quali il SIGNORE aveva messo intelligenza, tutti quelli il cui cuore spingeva ad applicarsi al lavoro per eseguirlo;  3 essi presero davanti a Mosè tutte le offerte portate dai figli d'Israele per i lavori destinati al servizio del santuario, per eseguirli. Ma ogni mattina i figli d'Israele continuavano a portare a Mosè delle offerte volontarie.  4 Allora tutti gli uomini abili che erano occupati a tutti i lavori del santuario, lasciato ognuno il lavoro che faceva, vennero a dire a Mosè:  5 «Il popolo porta molto più di quello che occorre per eseguire i lavori che il SIGNORE ha comandato di fare».  6 Allora Mosè diede quest'ordine, che fu bandito per l'accampamento: «Né uomo né donna faccia più alcuna opera come offerta per il santuario». Così si impedì al popolo di portare altro;  7 poiché la roba già pronta bastava a fare tutto il lavoro, e ve n'era di avanzo.

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Tuesday 16 february 2010 2 16 /02 /Feb /2010 17:54
... e se in fin dei conti la questione fosse molto più semplice, e quindi tanto più grave, di quanto noi la rappresentiamo?  Sì, mi chiedo: il problema della nostra Unione è nell'arte del buon amministrare?  Del retto annuncio dell'evangelo?  Oppure, stringi stringi, la questione è la seguente: crediamo ancora in Dio?  O meglio: crediamo che credere in Dio ponga la nostra esistenza, come singoli e come chiese, SOTTO UNA VOLONTA' che non è la nostra?
... e che senso hanno ancora le parole?  Sì, le parole delle nostre predicazioni, delle nostre esortazioni, le parole della Bibbia, delle nostre testimonianze e dei racconti delle nostre madri e dei nostri padri?  Perché diciamo: sia fatta la tua volontà, e nello stesso momento non permettiamo alla volontà di Dio di farsi nella nostra vita?  NON STIAMO FORSE UCCIDENDO LE PAROLE IN QUESTO MODO?
E' vero che il tesoro è stato posto in vasi d'argilla, cosi che noi ci ricordassimo che è da Dio e non da dentro di noi che viene la forza.  Ma che succede se questi vasi si ripiegono sulla propria fragilità, facendone l'unica occupazione (e preoccupazione)?  Se la terra cotta non sente più di dipendere, per la sua esistenza, attimo per attimo, dal soffio creativo di Dio?  Se l'unica dipendenza diventa il proprio piccolo orgoglio di cortile?  La difesa dei propri idoli? La pretesa che muoiano Sansone e tutti i filistei, perché quel che conta è che IO L'ABBIA VINTA A TUTTI I COSTI?
Sappiamo più arrenderci?  E le nostre orecchi sanno più udire?  I nostri cuori sanno più ubbidire?  Le nostre mani agire?  La nostra bocca annunciare?
E non dovremmo, dopotutto, ripartire da qui se vogliamo che la nostra Unione abbia un futuro?
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Tuesday 9 february 2010 2 09 /02 /Feb /2010 09:09
Dopo molti secoli, è giunta l'ora che l'evangelizzazione acquisisca una nuova innocenza cioè un livello di coscienza caratterizzato dalla naturalezza, in cui la dottrina non ostacoli l'azione e quest'ultima possa essere compiuta senza calcoli. In questa sua immediatezza, l'evangelizzazione dovrebbe essere priva di secondi fini, un'azione che non si aspetta ricompensa. La fiducia viene prima della dottrina.
Occorre liberarsi dall'ansia della membership. L'uomo non è una macchina per credere le cose giuste (come vorrebbe una certa ortodossia), n per comportarsi bene (come vorrebbe una certa morale). La verità non è nè nel pensare, nè nel fare, ma nell'essere. Se il fondo del nostro essere non è nutrito dalla nostra personale esperienza, tutto ciò che siamo non è farina del nostro sacco e può venirci meno in ogni istante.
Incontro molte persone che hanno cominciato ad avvertire che la loro relazione con il vangelo è una farina macinata da altri a loro volta, depositari di un sacco di farina non da loro lavorata. Divisioni, abbandoni, conflitti e incomprensioni: talvolta sono pietanze cucinate con una farina che non deriva dal proprio lavoro (da un'autentica esperienza personale). Dopo diverse esperienze, ho iniziato ad avvertire il fatto che l'evangelizzazione si gioca interamente nell'incontro. Sì, come in quei pasti con gli amici in cui ognuno porta pietanze che ha cucinato da sè e questo cibo viene scambiato e, nella sua varietà e differenza, nutre ognuno dei presenti. Ecco! Vedo troppa evangelizzazione messa in atto come un servizio di catering.
Rilancio: l' Ucebi promuova quella cosa che ho chiamato stati generali dell' evangelizzazione. La pensi come una cena tra amici. E faccia in modo che ad essa non partecipino i soliti amici.

Di Io ho a cuore l'Unione
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Tuesday 19 january 2010 2 19 /01 /Gen /2010 11:16

Ogni istituzione corre il pericolo di veder diventare fine quello che non era che un mezzo. La tentazione è di pretendere di fare riforme dall’alto – volendole fare dal basso, si richiede infatti molta pazienza. Si diceva: ecclesia semper est reformanda. Oggi, si avverte un’ulteriore esigenza: ecclesia semper est transformanda, bisogna che la chiesa si trasformi incessantemente, che produca cambiamenti in profondità, in un processo di morte e resurrezione e non di cosmesi. Chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere (1 Cor 10:12). Bisogna guardarsi da modelli passepartout , occorrono azioni fatte su misura. Non c’è agenda – e nemmeno status quo da difendere: l’unica cosa davvero importante è che la ricerca sia condotta insieme. Insieme: non solo dentro le chiese, ma anche fuori, poiché l’esperienza religiosa non va confusa con l’appartenenza religiosa. Tale ricerca potrà evitare di cadere nell’eclettismo e nell’indifferenza: 1) essendo esperienza profonda e non gusto per il nuovo o l’esotico; 2) non assolutizzando la propria esperienza, ma restando consapevoli che la sua interpretazione si inserisce in un determinato contesto; 3) non identificando tale esperienza con un’ideologia. La specificità dev’essere di fatto – relativa all’ambiente in cui si incarna. Non è più possibile ridursi a un business as usual. Non si può più gestire l’acquisito. Non si tratta di condurre operazioni archeologiche: il primitivo ha un valore, ma non è un paradigma – ricordiamo che la liturgia cristiana è trasformare il passato (in illo tempore) in un evento attuale (in isto tempore). Occorrerebbe ascoltare – ma con quell’ascolto che porta ad obbedire (ob-audire, obbedienza come ascolto dello Spirito). Non si tratta, allora, solamente di rispondere alla vocazione, ma pure alle provocazioni dello Spirito. Occorrerebbe avere fede, che procede dalla consapevolezza della creazione continua – Ecco, io faccio nuove tutte le cose (Ap. 21:5). Conosco chiese che hanno scordato la sorpresa e che, dunque, non possono far altro che vivere la noia. Chiamati a far posto ad altra cosa; contro questo ci sarà sempre resistenza – anche se, in tal modo, si dimentica: È utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore (Gv. 16:7). Si scorda la fiducia totale nell’uomo in quanto con lui c’è lo Spirito. Occorrerebbe credere nella libertà, legata a una responsabilità della quale non possiamo scaricarci dicendo: sappiamo che tutto finirà per il meglio – altrimenti sarebbe tutto pura commedia. Partecipare alla creazione, alla redenzione, al dinamismo della realtà (1 Cor. 3:9) fa parte della chiamata – e l’uomo liturgico è impegnato nella realizzazione di una vocazione e non nella gestione di una professione. Tra l’altro, bisognerebbe rammentare che ogni ministero è subordinato al sacerdozio universale – chi assume questa vocazione non può essere iniziato in favore degli altri se questi altri non hanno già in sé ciò che fa loro degli iniziati. L’idea dell’essere cristiani in quanto membri di una civiltà è morta; quella dell’essere cristiani come membri di una istituzione religiosa è moribonda; cresce invece quella dell’essere cristiani in base ad una fede personale, ad una realtà esperienziale che vede in Cristo il simbolo centrale della propria vita. È un’esperienza che potremmo incontrare ovunque, al di là delle etichette – l’incapacità delle chiese di coglierla è, forse, anche incapacità di lasciar cadere ciò che è semplicemente frutto della storia (che è importante comprendere, affinché non sia motivo di scandalo, ma che non interessa più a tantissima gente). La fede è all’origine di ogni religione – eppure, ci siamo lasciati convincere che la religione sia la via d’accesso per la fede. La verità che rende liberi non sarà mai una dottrina: perché il Cristo sia reale non ci vuole altro che trovare il Cristo o lasciarsi trovare dal Cristo – un incontro personale, comunque. Ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti (Fil. 3:13) – lasciando ogni peso, ogni sostanza, ogni rendita, tendo verso ciò che mi sta davanti, sempre oltre. Non ho paura di usare ciò che ho, perché so di dovermene comunque disfare affinché, solidificandosi, non si trasformi nell’impedimento più grande per ciò che doveva appunto servire – come una zattera che si abbandona una volta attraversato il fiume. 

Di Io ho a cuore l'Unione
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Tuesday 12 january 2010 2 12 /01 /Gen /2010 09:45

In tutti i discorsi che sento riguardo al Piano di cooperazione si ragiona sempre intorno alla consacrazione personale. E’ dalla generosità dei credenti che si giudica anche la virtuosità nel dare di una chiesa. Tanto che alla fine si eccede persino nei toni e negli ammonimenti, scadendo in incomprensioni e in conti fatti nelle tasche altrui. Non ho mai conosciuto tanti radicali della contribuzione quanto in questo periodo. A mio avviso, questi eccessi sono riconducibili ad un equivoco di fondo, la cui chiarificazione potrebbe rimettere con i piedi per terra gli estremisti dell’offerta. La domanda è: ma è proprio vero che la Bibbia ci chiama solamente alla generosità personale? Non dovremmo essere radicali anche come chiese invece che solamente come credenti?

 

Per esempio, il libro degli Atti ci dice che nella prima comunità cristiana la generosità è un effetto dello Spirito Santo che si manifesta sia sul piano personale, sia sul piano comunitario. Infatti, «tutti quelli che possedevano poderi o case li vendevano, portavano l'importo delle cose vendute, e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi, veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno». E’ molto chiaro che a Gerusalemme le proprietà private erano disponibili alla comunità e la comunità distribuiva le proprie disponibilità «a tutti, secondo il bisogno di ciascuno». Le proprietà della chiesa erano considerate a disposizione dei bisognosi. Non solo questo, ma si capisce anche che la potenza della predicazione apostolica risiedeva sì nello Spirito Santo, ma sia quello che si manifestava nella predicazione, sia quello che si manifestava nella vita comunitaria, infatti la «grande potenza» della testimonianza della resurrezione è attribuita al fatto che «non c'era nessun bisognoso tra di loro». Ossia, la grande qualità della vita comunitaria della chiesa che si dimostra nella sua generosità, è la prova dell’integrità della sua predicazione e, quindi, della verità della resurrezione di Cristo.

 

A questo proposito, Giovanni Calvino scrisse che «tutto ciò che la Chiesa aveva in possessioni o in danaro era patrimonio dei poveri». Egli riconosceva la necessità di sostenere i pastori e i templi, ma era convinto che al centro della preoccupazione di ogni bilancio della chiesa ci fossero i poveri e gli stranieri. Calvino, rifacendosi ai Padri della chiesa («che adattarono tutta la loro disciplina alla regola della Parola di Dio, in modo tale che si può facilmente vedere che non ordinarono nulla contro di essa»), scrive che nell’antichità si ripartiva «la rendita della Chiesa in quattro parti: la prima per i ministri; la seconda per i poveri; la terza per le riparazioni delle chiese e cose simili; e la quarta per gli stranieri e per i poveri occasionali.» Secondo Calvino, quindi, la metà della rendita della Chiesa era disponibile ai poveri. Chissà se la potenza della predicazione della Riforma non sia stata dovuta anche a questo radicale cambiamento nell’amministrazione dei beni ecclesiastici nel tempo della vendita delle indulgenze e della costruzione di S. Pietro?

 

Forse, se riscoprissimo un po’ più di radicalità nell’utilizzo delle finanze della chiesa, le nostre comunità cambierebbero volto e la nostra predicazione ne verrebbe a guadagnare, visto che la nostra opzione per i temi sociali e il nostro amore per la teologia della liberazione, in fondo, non ha nessun risvolto pratico, nessun costo e quindi nessun effetto. La nostra predicazione è depotenziata.

Invece, credo che la testimonianza più eloquente della verità del massaggio di Cristo è quel gruppo di persone la cui vita comune è così totalmente discorde, così completamente diversa, così radicalmente difforme, rispetto a come il mondo costituisce una comunità, che non vi può essere alcun’altra spiegazione se non che nella storia umana sia accaduto qualcosa di decisivo che ha prodotto una alterazione della natura umana e che la presenza nel mondo di questa comunità così diversa è il segno che la storia umana sta per voltare pagina.

Di Io ho a cuore l'Unione
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Friday 11 december 2009 5 11 /12 /Dic /2009 09:45

Qualche anno fa, in una calda giornata d’estate, sotto l’ombra di un ombrellone piantato nella spiaggia di Ostuni, una coppia di amici, memoria storica di una comunità evangelica locale, mi rivolse questa specifica domanda: “Credi che la nostra chiesa abbia fatto una buona scelta nell’aderire all’Unione Battista?”. Con un po’ di esitazione risposi positivamente e spiegai loro che non esiste, in pratica, un sistema né migliore né peggiore rispetto a un’ipotetica scelta della comunità che fosse stata orientata verso un sistema valdese, metodista, e così via.  

Dalle analisi fatte da più parti, emerge dal blog di Volpe, ma si percepisce ancor più dai pastori delle comunità locali, un grande disagio e imbarazzo, nel vedere l’intera “infrastruttura patrimoniale” dell’Unione Battista ad una inesorabile deriva, con una preoccupante incertezza economica soprattutto del futuro delle famiglie degli stessi pastori. L’ideatore del blog, per uscire da questa crisi, che non riguarda solo l’aspetto patrimoniale, con molto coraggio e arguzia pubblica, periodicamente, dei messaggi provocatori per sollecitare il dibattito, la discussione (anche se lo stesso ideatore è rimasto impigliato nelle maglie della propria provocazione e mi riferisco alla “divertente” querelle con il pastore Italo Benedetti). A parte questo inciso, i messaggi sono raccolti quasi esclusivamente dagli addetti ai lavori, raramente dai membri di una chiesa locale. Si discute sull’uso appropriato della terminologia come “responsabilità” o “disciplina”, sul confronto tra le Chiese “cicale” e le Chiese “formiche”, sull’esigenza, quasi esplicita, di rifondare una nuova Unione, come se si volesse riscoprire un’identità” smarrita.

E a proposito d’identità anch’io vorrei lanciare una provocazione.

Obbiettivamente guardiamoci attorno: più che una “Unione” personalmente noto una “cooperativa” di chiese, collegate sì da un piano economico denominato “piano di cooperazione” e organizzativo denominato “autonomia temperata”, ma altresì ogni chiesa si sente custode intransigente della propria tradizione e identità (il più delle volte non battista),  là dove il ruolo degli anziani e/o famiglie storiche, spesso per l’assenza protratta del pastore, ha condizionato nel bene e nel male la vita comunitaria della chiesa.

Anziché parlare di crisi sarebbe più opportuno usare il termine disorientamento, termine carico di simboli e di significato, ad esempio la mancanza di un punto direzionale. Orientarsi significa volgersi verso un luogo, verso un tempo, verso un futuro che ci dirige, al contrario il disorientamento segna la mancanza di riferimenti da cui deriva confusione. Attualmente ci troviamo in un contesto di disorientamento: i giovani fanno fatica a trovare un lavoro e a costruirsi un futuro, le famiglie sono in difficoltà, le crisi matrimoniali in aumento che, ora più che mai, interessano anche i pastori, creando malumori nelle frange più moraliste, il modello della comunità cristiana non ha più i confini precisi e i parametri esatti che aveva qualche decennio fa. Si rileva una continua necessità di riaggiornare, approfondire, riattualizzare lo stesso profilo dell’identità della comunità. In un passato non lontanissimo i modelli erano più stabili, ora viviamo in un contesto dove non si può pensare alla comunità cristiana come all’isola felice con  le sue regole precise e i suoi modelli di riferimento pacificamente assunti. Oggi la comunità cristiana e la società civile navigano in un mare frastagliato: evidentemente è un processo di osmosi. Questo tempo di difficoltà non è necessariamente da considerarsi negativo. S. Paolo nella lettera agli Efesini (5,15-17) così si esprime: “Fate molta attenzione al vostro modo di vivere. Non comportatevi da persone sciocche, ma da persone sagge. Usate bene il tempo che avete, perché viviamo giorni cattivi. Non comportatevi come persone senza intelligenza, ma cercate invece di capire che cosa vuole Dio da voi”.

 

Ognuno rivendica la propria identità  e chi parla d’identità cristiana il più delle volte lo fa in modo strumentale, generico, ritenendola una torre d’avorio inavvicinabile, non scalfibile.

Impariamo invece a camminare verso l’identità cristiana che non è qualcosa di chiuso e d’immobile da difendere, ma qualcosa di aperto. L’identità capace di generare speranza è più portata ad ascoltare che a giudicare; mai come oggi l’uomo ha bisogno di speranza, della capacità di guardare con serenità e fiducia al futuro. L’identità cristiana non è un’arma da utilizzare per dividere il bene dal male, il buono dal cattivo, la chiesa forte da quella debole. È molto importante l’ascolto dell’altro con le sue ansie, le sue domande e i suoi dubbi, anche se questi dubbi provengono da un pastore. Sono in grande aumento le coppie miste, tra cattolici ed evangelici ed è pertanto necessaria un’identità plurale che non intacca il senso dell’identità, ma la apre all’apporto di ciascuno.

Poi un grande rispetto per la coscienza di ciascuno: dove è in gioco il rapporto fra l’io e l’Assoluto occorre sommo rispetto. Spesso si trattano queste tematiche con troppa disinvoltura, specie dove il ricorso al fattore religioso s’incontra in maniera più o meno felice con questioni di consenso, d’immagine, di tipo politico. Il primo passo è sempre quello del rispetto e non dell’utilizzo del fattore religioso stesso.

Il grande teologo riformato calvinista Karl Barth invitava la Chiesa a passare da comunità introversa a comunità estroversa; è un invito a cui possiamo aderire anche noi. La comunità introversa è troppo preoccupata di sé, quella estroversa è portata a guardare al di fuori di sé, a guardare al Regno di Dio.

Una nota a margine per la categoria dei pastori, definita da molti come una razza in estinzione, a volte non sufficientemente tutelata, paradossalmente, dalla centralità. In un momento di crisi vocazionale, come quello che attraversa soprattutto la chiesa cattolica, gli anziani di alcune comunità, invocando la propria identità religiosa, condizionano le scelte e boicottano i programmi del pastore. I valori religiosi di queste famiglie storiche, sono considerati meno negoziabili (forse, non negoziabili affatto), e di conseguenza l’identità religiosa tende a colonizzare altre caratteristiche dell’identità personale di persone più semplici. L’interferenza esercitata da terzi verso obblighi religiosi o comunque verso la sensibilità religiosa tocca corde molte profonde.

Dei circoli di studi teologici, delle organizzazioni ecumeniche, di chiese locali che rivendicano la propria identità ne abbiamo fin troppe. “Abbiamo fin troppo religiosità” ha esordito il pastore Emanuele Casalino a un dibattito aperto con i cattolici. Eppure restiamo così distanti per paura di toccare le corde della sensibilità religiosa. Forse dovremmo ricominciare a preoccuparci degli altri, iniziando ad affrontare con più coraggio i problemi del “conflitto”, dell’”isolamento” e della “mancanza del dialogo” che attanagliano comunità limitrofe dell’Unione e il Collegio degli Anziani e il Comitato Esecutivo credo che siano custodi di una lunga lista di queste denunce archiviate frettolosamente.          

La comunità cristiana vive per gli altri; non perché così ha deciso o perché ne sia capace, ma perché Cristo ci ha strappato dal nostro egoismo per farci testimoni e servitori di altre persone. Le parole di un libro sulla comunione intitolato “Life Together” di Dietrich Bonhoeffer parlano di questo: Chi ama il suo sogno di comunità più della stessa comunità cristiana, diviene un distruttore di quest’ultima. Se non ringraziamo quotidianamente per la comunione cristiana in cui siamo posti, anche quando non c’è grande esperienza, nessuna ricchezza da scoprire, ma tanta debolezza, poca fede e difficoltà, e se continuiamo a lamentarci del fatto che tutto è volgare e meschino, allora impediamo a Dio di far crescere la nostra comunione. Quanto prima smettiamo di illuderci che la chiesa debba essere perfetta per poter essere amata, tanto prima smetteremo di fingere e cominceremo ad ammettere che siamo tutti imperfetti e bisognosi di grazia. E’ l’inizio della vera comunità.

Non si può definire l’identità delle chiese battiste come semplicemente “pluralismo d’identità” perché questo è estremamente disorientante. E’ fondamentale che l’identità sia un’entità in evoluzione, ma è importante fornire una, aperta quanto si vuole, ma reale e definibile. L’identità come “pluralismo d’identità” significa tutto e niente e inevitabilmente porta allo sfaldamento del sistema, poiché chi desidera un’identità più definita si rivolgerà altrove.

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Saturday 5 december 2009 6 05 /12 /Dic /2009 12:26
Meditando sulla lettera ai Galati di Paolo, mi è capitato sotto agli occhi questo passo nel capitolo quattro, al versetto tredici, in cui Paolo parlando ai Galati dice che a causa della sua infermità egli ha predicato l'evangelo per la prima volta nella Galazia.
Che l'infermità di Paolo sia stata la causa invece che l'ostacolo per l'annuncio della Parola, mi suscita una profonda meraviglia nel potere di Dio.  Credo che come Unione Battista noi possiamo rendere le nostre infermità lo strumento nelle mani di Dio per predicare l'evangelo a nuove persone, in regioni nuove, per la prima volta!
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Benvenuti nel Blog "Io ho a cuore l'Unione".   E' una piazza virtuale.  Un luogo di incontro di una comunità dialogante che desidera incontrarsi per fabbricare idee nuove per la nostra Unione Battista.  Non è uno spazio istituzionale.  E' volutamente informale, affinchè tutti/tutte possano sentirsi a proprio agio nel dare il proprio pezzo di idea.
E' un blog-fabbrica, dove il materiale a volte grezzo, altre volte già rifinito, deve incastrarsi per costruire un'idea di Unione.

Le nostre regole


1. Ogni idea deve essere rispettosa delle idee altrui e deve essere rispettata in quanto tale
2. Ogni idea, anche critica, non deve mai essere fondata sulla diceria, né usata per calunniare alcuno

3. Non diffamare alcuno e le sue idee
4. Non spettegolare, insinuando il sospetto verso qualcuno o le sue idee
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