Perché in chiesa di giovani se ne vedono sempre meno? Perché durante il periodo estivo famiglie evangeliche affidano, per impegni di lavoro, i propri figli a gruppi di animatori delle comunità cattoliche? Ciò avviene solo per mancanze di strutture o di risorse? Qual’ è oggi l'atteggiamento dei credenti nei confronti di questa difficile relazione dei giovani con la fede? Quale priorità riveste questa spinosa situazione nelle strategie pastorali odierne? Ma è presente questa priorità nel dibattito di un’assemblea della Chiesa locale, negli incontri ecumenici, nei seminari o negli articoli pubblicati ad oggi in questo blog?
Queste domande scaturiscono da una mia personale esperienza. La comunità battista che frequento è composta da membri la cui età media varia dai 40 ai 70 anni e oltre, con la presenza di 2 o 3 giovani. Ma c’è di più: mia figlia che ha l’età di 15 anni, insieme ai suoi compagni di scuola, ha fatto l’esperienza del volontariato in una parrocchia e, attraverso l’animazione, ha curato dei ragazzi che provenivano dalla comunità battista locale. E questo non mi ha lasciato indifferente e mi porta a fare alcune considerazioni.
Le nostre chiese hanno bisogno dei giovani: senza giovani cristianamente convinti non sarà più possibile far udire la voce dei credenti nei luoghi dove si decide del bene comune. Le chiese cristiane subiscono l'influenza della malsana logica che struttura i rapporti intergenerazionali nella società civile, una logica scandita da un continuo parlare dei giovani e dei loro problemi, cui corrisponde un altrettanto costante accumulo di privilegi nelle mani degli adulti, persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro posti di potere, economico o religioso, incapaci ormai non solo di prendersi cura del mondo giovanile ma più semplicemente di guardarlo in faccia. Oggi si assiste al fenomeno di una progressiva "interruzione" del dialogo intergenerazionale: gli adulti stanno costruendo una società che ruba avidamente spazi e tempi ai giovani e non riesce più a prestare sufficiente attenzione né alla loro reale condizione né alla possibilità del loro futuro sviluppo. Oggi vi è necessità di mettere in discussione un intero modello culturale, politico, economico, sociale, compreso quello evangelico, che assicuri ai giovani un futuro sottratto alle avidità, alle smanie e agli egoismi degli adulti.
Tra le cause della disaffezione giovanile vedo in primis quella dove le chiese, salvo eccezioni, non appaiano in grado di "differenziare" la propria offerta formativa ed educativa L'impressione è quella che la chiesa sia fondamentalmente un luogo "specializzato" per il mondo dell'infanzia: 3, 4 e a volte anche 5 monitrici per i più piccoli, mentre per i giovani che partono dall’età dei 15 anni, la faccenda si fa più complicata in quanto non vi è più la stessa attenzione formativa, finché disertano la chiesa.
I pastori e i giovani - Inoltre, il calo ormai irreversibile delle vocazioni induce un onere eccessivo per i pastori in termini di tempi stretti: il pastore non ha letteralmente le forze né il tempo da dedicare a loro, non tanto perché assorbito dai molti oneri pastorali e burocratici, ma perché impegnato, a mediare le varie posizioni o malumori. Ci si trasforma sempre più in "pastore di corsa", il cui lavoro pastorale è limitato al gestire la routine per "sopravvivere" allo stress e alle fatica.
Penso che ci vorrebbe una pastorale giovanile diversa. La lontananza dei giovani dalla chiesa è dovuta al fatto che le chiese (e non solo battiste) sono essenzialmente luoghi di "esercizio della fede": luoghi che presuppongono in coloro che li frequentano una fede nel vangelo già presente e una qualche dimestichezza con la prassi della preghiera. Se oggi entrasse in una delle nostre chiese una persona qualsiasi che non sapesse che cos'è la fede, non troverebbe alcuno spazio dove elaborare e auspicalmente superare tale ignoranza. La chiesa cattolica è senza dubbio agevolata per la presenza delle Pro-Loco, Fondazioni Giovanili, Associazioni sportive e tanto, tanto denaro proveniente da opere di volontariato o sagre parrocchiali. Allora anche noi dobbiamo reinventare qualcosa per i giovani.
Una fede più giovane. La fede deve riscoprire la sua "giovinezza", anche perché il cristianesimo non è sempre esistito, ma è nato in un momento preciso della storia del mondo e ne sta condividendo un tratto che, sull'asse dell'evoluzione complessiva della specie umana, appare relativamente breve. Quindi, quella cristiana, anche storicamente, è un'esperienza "giovane", in quanto non si è mai arroccata nella difesa di un'immutabile declinazione delle forme della sua presenza storica, ma ha sempre mantenuto uno spirito giovane che l'ha guidata ad un continuo "stare al ritmo" dei cambiamenti epocali della sensibilità diffusa. Nella comunità cristiana occorre favorire una sorta di nuova "geografia della salvezza", cioè l'interrogarsi sulla questione del dove e come ci si presenta ai giovani, con quali energie e con quali facce, con quali sinergie e con quali e quanti progetti. Occorre dare maggiore spazio a quella fedeltà creativa, che i giovani invitano a non trascurare. Essi non amano i compromessi e le ambiguità, non fanno sconti, neppure a loro stessi: per questo sono soggetti ad acute depressioni. I giovani hanno tanta voglia del “fare qualcosa”. Sul versante della fede creativa, la comunità dovrebbe spendersi di più per accogliere quella "scioltezza" ed "elasticità", sconosciuta alle epoche passate, che si esprime soprattutto nel governare con maestria i mezzi di comunicazione, la musica, la fotografia, la danza, il canto, il web e il mondo dei blog, luoghi dove maggiormente abitano i giovani. Un pastore battista, a cui sono legato da una grande amicizia, riusciva a intercettare gli interessi dei giovani, semplicemente organizzando rappresentazioni teatrali, incontri di calcio, rassegna di cori polifonici, stravolgendo il canone tradizionale del coro della chiesa, introducendo il genere “gospel” e tanto altro. Purtroppo, era visto troppo “rivoluzionario” da alcune famiglie “storiche” e, quando si è fatto da parte, tutto è ritornato al proprio posto: non proprio tutto perché i giovani si sono dileguati.
Tutto questo interpella la comunità dei credenti che intende muoversi nella direzione dei giovani. Al momento abbiamo a disposizione un'immagine di vita cristiana poco differenziata, fatta di tappe e di scansioni precise, di una visione di chiesa che, approntata all'immatricolazione, resta a disposizione come una "stazione di servizio" dove procedere ogni tanto al "tagliando dell'anima". Per intercettare maggiormente il mondo giovanile, la comunità cristiana deve dotarsi di una nuova "configurazione". Occorre mettere in mano ai giovani quei codici-sorgente e quelle note attraverso i quali la loro creatività possa trovare canali di espressione originale e, perché no, di inedite forme di testimonianza in questo nuovo secolo. La chiesa è chiamata a raccogliere quel grido che i giovani lanciano al mondo degli adulti perché possa sentirlo meglio: si tratta di un grido che chiede speranza per il futuro, per il loro e per il nostro. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede rappresenta una sorta di "ultima" battaglia: se non viene vinta, a perdere non saranno solo i giovani.
Allora preparatevi a questa ultima battaglia, iniziando a nominare un Presidente che sappia ascoltare tutti, ma in modo particolare i giovani.
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